giovedì 14 novembre 2013

Trapezisti - Aristide Bellacicco -

Anni e anni senza fumare e senza bere, Amarès, attenti a questo e attenti a quest’altro, ore e ore di ginnastica sette giorni su sette e nessuna domenica, perché quando c’era spettacolo la domenica era un giorno di lavoro, e quando non c’era ci si allenava come sempre, estate o inverno sveglia alle sei, caffè, zucchero e via alle prove, quelle prove che non finivano mai, Amarès.

C’era ogni volta qualcosa da correggere e da migliorare, tu non eri mai veramente soddisfatto di me, avevi sempre mille appunti da farmi e consigli su consigli, consigli infiniti, e la cosa più assurda era che non alzavi mai la voce, rimanevi completamente calmo e attento e gentile, e dio quanto pesava quella tua calma e gentilezza, Amarès, una prigione di massima sicurezza dove non era permesso discutere o litigare, perché il nervosismo fa mancare la presa, Linda, quante volte me l’hai ripetuto, perciò bisognava restare tranquilli e allenarsi e provare e studiare e applicarsi senza trascurare nulla, tantomeno i dettagli. Anzi, i dettagli sono la cosa principale, Linda, perché tutto è dettaglio, e l’insieme di un salto riuscito, l’armonia di una rovesciata o di una capriola nel vuoto, la sensazione che tutto avvenga con fluidità e con naturalezza è solo apparenza, è il mondo visto dalla parte degli spettatori, è bello e falso, è spettacolo, i dettagli non li conosce nessuno.


E un chilo in più era un dramma, Amarès. Per questo (ma non solo per questo, c’è ben altro) a cinquantanove anni ho il corpo di una quindicenne, e ti giuro che non mi piace per niente quando mi guardo nuda nello specchio e mi domando cosa ci deve fare una quasi vecchia con quella macchina da salti mortali che le sta attaccata sotto al collo, innaturale, giovane contro natura. Ma la tua risposta la conosco già, i salti mortali, Linda, il nostro corpo non serve ad altro, i salti mortali, noi siamo gli ospiti del trapezio e il trapezio è una figura conclusa in se stessa che di per sé non prevede la presenza umana, perché è un’astrazione, e l’unico modo per tenersi aggrappati a un’astrazione senza cadere o morire è fare in modo che quella non si accorga di noi, evitare di disturbarla con un corpo troppo pesante. Tu hai seguito la stessa strada, Amarès, devo dartene atto. Hai tre anni più di me e sembri uno strano ragazzino con i capelli bianchi, non un filo di pancia, solo rughe e muscoli, e anche di questi nulla di troppo, solo quelli strettamente necessari a sopravvivere fra l’aria, le funi e la riga di legno oscillante sul vuoto senza disturbare, senza imporsi, ma lasciandosi umilmente accettare in un mondo più alto del nostro, dove noi non eravamo previsti.




Tante volte, Amarès, mi sono fermata davanti alle gabbie degli animali. E di notte pensavo che a pochi metri dalla nostra roulotte dormivano una tigre, un orso, si agitavano innocui serpenti e mi sentivo strana. Mi succedeva soprattutto quand’ero molto giovane e ricordo anche di averti svegliato per dirti che avevo paura che la tigre si liberasse, che l’orso venisse ad annusare il nostro letto o che i serpenti, in qualche modo, tornassero a riempire le sacche del veleno. Non ti arrabbiavi per quei risvegli, Amarès, no, tu non ti arrabbi mai, ti limitavi ad abbracciarmi, io sentivo il tuo odore buono, il tuo respiro tranquillo e allora trovavo il coraggio di riaddormentarmi, vergognosa di averti sottratto minuti di sonno prezioso.

Il nostro primo alimento, Linda, il sonno, mi dicevi al mattino, senza sonno siamo perduti, non si può salire sul trapezio senza aver dormito e sognato a sufficienza, sarebbe una sfida imperdonabile perché il sonno pesa più del ferro e la notte c’è stata donata per alleggerircene. Non era un rimprovero, mi mettevi in guardia contro me stessa e la mia difficoltà di capire perché non si poteva mai uscire la sera, mai andare al cinema o trascorrere un paio d’ore in un bar, bere una birra, oppure rimanere con gli altri quando festeggiavano un compleanno o un matrimonio e tiravano l’alba e magari si ubriacavano e poi facevano l’amore da ubriachi, che è tanto bello, credo.

Noi due, invece, facevamo l’amore solo quando l’indomani non c’erano né spettacolo né allenamenti, e questo succedeva di rado, Amarès, talmente di rado (in pieno agosto o quando avevo la febbre) che mi riesce difficile ammettere che sia davvero capitato qualche volta nella realtà e non in sogno.

E davvero non saprei decidere fra le due possibilità se, ma quando Amarès? io e te, ma tu soprattutto, non avessimo aspettato un bambino.

Un grappolo di giorni scuri e febbricitanti, me li ricordo come un coltello, assurdi, affilati, essere in tre sulla piattaforma terribile, in due mentre io rotolavo nell’aria sulla stella azzurra della pista, e poi di nuovo in tre quando distendevo le braccia verso le tue, pronte ad afferrarmi in fondo al trapezio del porteur, dove tu dominavi serio e tranquillo, rovesciato, infallibile. Non era amore, Amarès, e non parlo di me, ma di lui, neanche una volta, ci scommetto, hai pensato a lui mentre mi rilasciavi indenne sulla piattaforma di legno e da sotto applaudivano, nemmeno per un attimo hai pensato ecco, ho salvato la mia famiglia, va bene, sono contento per tutti e tre, evviva.

No, ti preoccupavi per il peso e per il dilatarsi del ventre che, dicevi, a lungo andare mi avrebbe impedito di raccogliere correttamente le gambe contro il torace nel salto triplo, e arrivasti a sostenere che non avevamo il diritto di esporre lui a un rischio che non aveva deciso, a un’arte che non poteva scegliere, il destino geometrico e pendolare di mamma e papà, trapezisti.

Erano storie, Amarès, scrupoli finti e secondari, lo sai anche tu, non potevo crederci, ma che significa, odore di segatura e sudore e brevissime glorie da trapezisti lassù nell’aria, tutto qui, Amarès, leggende private e spettacolo?  e mi addoloravo da sola, nell’intimo squallido di un’acrobata, quasi incredula eppure consapevole di una logica immemore, nuda, e allora dissi e ti dissi un sacco di cose, per giorni e giorni che sembravano non trascorrere, bloccati dal tuo sguardo sereno e implacabile: che potevo fermarmi sei mesi, ad esempio, non sarebbe stata poi la fine del mondo, che Liviana era altrettanto in gamba di me se non di più e che nessuno si sarebbe accorto della sostituzione perché il pubblico cambia ogni sera e con il trucco sembriamo tutte uguali, Non a me, dicesti, Ma che importa? Amarès, il nostro bambino, Non per me, Come?, Non per me, Linda, io e te, non possiamo interrompere, io e te e basta, E allora fermati anche tu, Amarès, c’è Kostja, cosa importa, Kostja e Liviana insieme sono in gamba, Meglio di noi? No, Amarès, che c’entra, non dico meglio di noi ma quasi come noi e poi io e te aspettiamo un bambino, No, io lo aspetto, lo aspetto al varco, ma tu lo vuoi, è diverso, Cosa è diverso, Amarès, è il nostro bambino, si chiama, Non lo voglio sapere come lo chiami, ed eri calmo e tranquillo come sul trapezio Amarès, fino a che anche io mi ritrovai altrettanto calma, una paralisi dell’anima tale e quale che se uno di quei serpenti mi avesse morso durante il sonno, un veleno di rassegnazione.

Non dissi più nulla e lasciai fare quello che volevi tu, mi feci succhiare via il bambino in venti minuti con un’impegnativa rosa firmata dal dottore che era il nostro in quella città.

Antòn, il nome era semplice, te lo rivelo ora, spero (ma non credo) che ti faccia male, avrebbe avuto le tue stesse iniziali, io rimasi due giorni nella roulotte e fu tutto, riprendemmo con la ginnastica, il caffè, i salti, e attenti a questo e a quell’altro, il lungo e circolare elenco dei consigli e delle raccomandazioni del maestro Amarès.





2.



Se fossimo in un romanzo, adesso ti direi che da allora le cose cambiarono e che io non fui mai più quella di prima, e mi piacerebbe tanto poterlo affermare, Amarès, ma di fatto non andò così. Linda rimase Linda, aveva semplicemente detto di sì ancora una volta, in quell’ambulatorio c’ero andata con le mie gambe e col foglietto rosa in mano, una bandierina schifosa, giuro, agitata dal maestrale spento che tira dalle bocce di disinfettante e antibiotici, e così non potevo nemmeno accusarti di tutto e invocare una superiore personale innocenza perché sapevo che nulla, a parte il dolore di non compiacerti, mi aveva fisicamente impedito di piantare tutto e tenermi Antòn, basta circo e trapezio, sono una madre adesso, un’altra vita, posso ingrassare e dare latte, c’è Antòn, evviva, e perché no? addio a tutti, anche a te, Amarès, c’è Antòn.

A parte il dolore di non compiacerti: eppure Liviana aveva un figlio e volteggiava sulla stella azzurra che era una meraviglia, e anche Ludwig e Lenà avevano un bambino di otto mesi che non le impediva di tenersi in equilibrio sulle mani in groppa a un cavallo per poi balzare in piedi sulle spalle di Ludwig quando facevano il numero completo, in due sullo stesso cavallo e nella stessa vita, bravi, bravi, Bravà! echeggiava l’altoparlante, applaudivano.

Forse non hai idea (o forse sì, ce l’hai, perché sei veramente maestro più di quanto tu stesso immagini o sappia) di come una colpa immensa alleggerisca il corpo, Amarès. E renda più duttile l’antica leggenda chiamata anima, unita e separata dal corpo e in virtù della quale il corpo sente e duole e ama e odia e anche salta, quando quel corpo appartiene a un artista da circo. Diventai dieci volte più brava, il numero lo stabilisti tu, naturalmente, Dieci volte, Linda, non ti ho mai visto più in forma di così, dieci volte più brava di un mese fa, tocchi il trapezio come la corda di un’arpa, è come se tu nemmeno ci fossi, le leggi del pendolo ti governano sovrane, la stella azzurra sorride di ammirazione, ed eri appassionato, Amarès, ma troppo, e perché, in fondo ero sempre stata in gamba e anche se la mia bravura era cresciuta non lo era certo di quella misura leggendaria, avevo solo aggiunto e sottratto Antòn per colpa, e la disperazione si era rovesciata in abilità grazie alla fantasia che egli assistesse ad ogni mio salto battendo le manine laggiù, fra la folla indistinta del pubblico, e che la sua mamma, dal giorno che non era mai più stata la sua mamma, saltasse nell’aria soltanto per lui, per divertirlo con un gioco strano e rischioso, di quelli che spaventano e incantano le bocche roventi dei bambini quando guardano il circo.



Bestie feroci, Amarès, serpenti risorti al veleno, tigri, orsi, i due nuovi leoni comprati sottobanco insieme alla pantera (perdono, pensavo, perdonatemi) che mi fissava quando andavo alle gabbie per guardarla e farmi guardare negli occhi ammesso che gli animali conoscano la bestemmia dello sguardo umano che interroga e giudica, ma no, non ne sanno nulla, siamo noi a prestargli uno scampolo di peccato originale e scontato, in realtà gli animali annusano e l’occhio segue il naso, non il contrario, sono esseri spirituali, Amarès, a differenza di noi, sono meglio, sì.

Una notte li sognai ancora, fui sbalzata da quel sonno nel letto torrido col cuore in corsa e cercai come sempre il nido delle tue braccia. Ma quella volta tu non c’eri, la tua parte era vuota e fresca, mi tirai su, accesi la luce, Amarès!, silenzio, guardai nel bagno, no, nell’angolo in cui scrivevi i nuovi numeri sulla carta millimetrata, no, sotto il letto, nell’aria, ma no, e allora con addosso la vestaglia di seta (era agosto) scesi lungo i tre gradini della roulotte in quell’aria immobile di (Budapest? Reggio? Roma?) per respirare da sola e farmi scendere la paura fino ai piedi, dai quali fuggiva a nascondersi nel terreno come l’elettricità, l’avevo già fatto altre volte per non svegliarti dopo Antòn, mi spingevo fino alle gabbie e oltre e spesso scambiavo due parole con i giovani sorveglianti che vagavano e fumavano e mi offrivano una sigaretta che dovevo rifiutare, Brava Linda, tu sei un’artista, mica come noi, tu voli, brava, mi piacevano, Buonanotte ragazzi, ma quanto vi danno? Eh, poco, poco, Ciao, mannaggia, Ciao, buonanotte, si fa per dire Linda, Buonanotte.

C’era un odore?  Amarès, non lo so, c’era un odore? oltre l’erba zagara, la riga aspra dello smog su qualsiasi città, la rassicurazione acida degli escrementi delle bestie in prigionia, c’era un odore? e pensavo ad Antòn, ormai solo una ics nel ciclo dell’azoto, ricordi, mi piaceva quella canzone, c’era un odore, certo, e veniva da dietro il tendone immenso, stabile come una piramide di dolore e lavoro, veniva da lì dietro, dalla parte opposta del semicerchio, segnalata da stelle anonime, dove le biglietterie deserte erano tutte chiuse tranne una che aveva l’uscio accostato, ed ecco, era da lì che veniva, credo. Guardai dalla fessura tra la porta e lo stipite, nel buio. Eravate una cosa sola tu e Liviana, la riconobbi dalla pianta candida dei piedi, illuminati dall’acetilene, che afferravano i tuoi fianchi come le mani basse di un quadrumane, ma a parte quel bianco nessun colore, solo un grumo di scuro nel buio, sovrapposto, e il respiro di entrambi e i piedi di lei, ancora, bellissimi attorno a te.

Ma perché non con me, Amarès? Non poteva trattarsi della paura di riprodursi un’altra volta, Liviana non era sterile, aveva già un figlio da Kostja, e allora perché? E poi quell’odore, che cos’era, fumo, profumo, sperma, sudore, ma no, eppure ero convinta che provenisse da voi e che mi escludesse come un segreto non condiviso, un sovrappiù di godimento e di passione che si solidificava in complicate spire nell’aria notturna, e allora mi staccai e corsi via, e piangevo, non di rabbia o gelosia, perché ti amavo sopra ogni cosa, ma per quell’odore, che mi piaceva e nel quale avrei voluto affondare tutta intera per essere con voi come terza, per stare con te anche mentre non c’ero.

Ma poi, tornando verso la roulotte, i miei occhi si voltarono da soli verso i confini della città, quasi a cercare scampo nella lontananza, ed ecco, mi fermai di colpo e, ah, (sollievo) mi ero sbagliata, ah sì, (sollievo, sollievo) mi ero sbagliata di grosso perché era da lì che veniva, accidenti, era penetrato nel vostro nascondiglio, certo, attraverso la porta socchiusa, e io ne avevo scambiato la fuga con l’origine, ma quello era l’odore della città , nient’altro, un rumore di fondo che il dolore aveva estratto dall’anestesia dell’abitudine trasportandolo fino al mio naso pieno di lacrime.

E soffiava da quella luminosità implacabile, dalla vita, la vera e normale e volgare vita di tutti: veniva dai bar e dalle case, dalle sale da ballo, dagli ospedali, dalle fabbriche che facevano il turno, dai bambini che si svegliavano chiamando mamma, dalle giostre dormienti, dai dormienti che sognavano giostre, dai garage e dai conventi, dalle chiese deserte, dalle bocche aperte nel sonno, dall’angolo infiammato delle palpebre sveglie, dalle prostitute, dai viandanti e dall’umile onnipresenza di un Dio. Almeno, questo immaginai, Amarès, e allo stesso modo pensai che non poteva essere tua, non tua come lo ero io, perlomeno, e che tu non potevi non saperlo e proprio per questo l’avevi cercata e trovata.

Liviana apparteneva alla vita, quella normale, per lei il circo non era un sacerdozio ma un mestiere, e fare l’amore con te equivaleva solo a un tradimento verso Kostja, al quale poteva non dire nulla oppure confessargli che l’aveva fatto e che era pentita, poteva spiegarsi, cercare scuse, implorare, piangere di contrizione, ma a bassa voce, per non svegliare il piccolo, e infine chiedergli perdono, certo, e forse ottenerlo. Avevi cercato in lei quello che in me non potevi trovare perché me l’ero fatto accuratamente sottrarre in anni e anni di allenamento e devozione, il semplice incontro con una donna, una vulva, due cosce, i seni il piacere e nient’altro, nessuna astrazione, nessun trapezio volteggiante a un passo dalla verità assoluta, ma molto meno e molto di più di tutto questo, Liviana per una volta, o per più di una volta, cosa importava, adesso, o lei o un’altra era la stessa cosa.

Non te ne ho mai parlato, Amarès, e non per pudore o quieto vivere, ma perché tornando a stendermi sotto le lenzuola di nuovo fresche, quella notte mi sentii onorata.



Dormii bene, perfettamente, senza sognare, e al mattino mi svegliai che era tardi, stupita che anche tu dormissi ancora e preparai il caffè e le zollette di zucchero e per la prima volta dopo tanto tempo fui io a chiamarti, Amarès, è tardi, siamo due dormiglioni, dobbiamo metterci al lavoro, Amarès, e invece no, era vacanza, lo decidesti tu, e chi altro poteva? Oggi facciamo festa, Linda, niente allenamento, Ah sì? e perché, e cosa festeggiamo, Il tuo compleanno, Linda, oggi compi ventinove anni, Sono onorata, Amarès, Onorata? e di che, invecchiare non è esattamente un onore, No, sono onorata di essere tua fino a questo punto, Quale punto, Linda, Questo, e mi aspettavo già che tu non replicassi nulla.

Forse lo sapevi o forse no, Amarès, non sono cose di cui si parla a freddo, o si grida o si pensa, e io avevo preferito pensare e in quanto a te, tu non gridi mai, e se scrivere adesso queste cose è forse di cattivo gusto, d’accordo, sarebbe stato assai peggio smascherarti lì su due piedi e dirti di brutto che non era a caso che quel giorno, per la prima volta, ti ricordavi di un mio compleanno. D’altra parte, anche se per quanto mi riguardava conoscevo già l’effetto di una colpa immensa sull’anima e sul corpo, non potevo prevedere cosa sarebbe successo a te in analoghe circostanze, e il solo pensiero di poterti costringere a chiedermi scusa mi era insopportabile, non l’avevo fatto per Antòn, figuriamoci per una qualsiasi Liviana, io non mi sentivo innocente in nessun caso, avevo deciso in piena libertà di sottomettermi alla disciplina, non c’entravi tu ma io, solo io.

Uno spaventoso orgoglio si impadronì di me, e quel giorno fui sinceramente gioiosa e dominai dall’alto, come dal trapezio, il ristorante, il fiume, il vino e infine la sera e l’amore, leggerissima ad ogni passaggio che spalancava il vuoto sotto i miei piedi e attenta ad afferrarti al volo quando eri tu che potevi confonderti, cedere e lasciarti cadere verso una disastrosa confessione, e no, zitto Amarès, dammi un bacio, amore, vieni, ti prendo io, sarà così per sempre.









3.



Esistono guarigioni che sono malattie, febbri che salvano dal freddo, improvvisi congelamenti che soccorrono in deserti senza ombra. E dimagrimenti che se la ridono del trapezio e dell’altezza, perché quando il corpo svanisce, allora anche la rete di protezione diventa inutile e la forza di gravità perde significato. Dicono che il dolore possa provocare cose del genere, ne parlano antichi scrittori e forse per questo la faccenda avrebbe potuto riguardarmi.  Eppure, di tutto questo a me non accadde nulla, Amarès, a parte il fatto, impercettibile perché legato all’impercettibile scorrere del tempo, che la parte inferiore del mio corpo, dal collo in giù, smise di invecchiare e cominciò a ringiovanire.

Ho impiegato quasi vent’anni ad accorgermene e alla fine non toccò a me prendere atto della situazione, bensì a un impresario, quando il nostro vecchio circo fallì e io e te ci trovammo di nuovo sulla piazza a cercare qualcuno che avesse interesse a pagarci per i nostri salti.

Avevo quarantotto anni a quel tempo, e come trapezisti io e te eravamo perlomeno due reduci, a nostro modo una leggenda, forse, ma proprio per questo ancor più ingombranti e vecchi, perché non esistono leggende giovani e a basso prezzo.

Insomma, quel tale non sapeva come dircelo, imbarazzato dalla nostra fama che lo obbligava (moralmente) a trattarci con un certo riguardo e, quindi, ancora più infastidito per non poterci liquidare in due parole come avrebbe desiderato fare. Accettò infine di assistere a un’esibizione di prova, nel suo circo nuovo e così diverso da quello nel quale avevamo trascorso tanti anni, un posto ibrido, senza odore, dove si esibivano cantanti e ballerine negli intermezzi fra i numeri e dal quale, soprattutto, erano severamente esclusi gli animali di qualsiasi genere, Per umanità, voi capite signor Amarès, sono sicuro che da quel grande artista che siete vi trovate d’accordo con me , il tempo di quelle cose è finito e poi non era giusto tormentare le bestie, torturarle, direi, e oltre tutto ci sono le leggi e perciò, Perciò si può continuare a tormentare gli uomini, Cosa?!, Ma no, era una battuta, d’accordo, facciamo questa esibizione, vuole? e ti giuro che ti apprezzai, Amarès, era la prima volta (ma anche l’ultima) che ti vidi toccare terra sul serio e ricordarti che eravamo esseri umani prima che trapezisti.

Ma quando uscimmo dagli spogliatoi con i costumi di scena, quel tale sembrò perdere la testa, Signora Linda, signora Linda (la sua voce echeggiava sotto il tendone vuoto) ma lei è un miracolo vivente, non mi aspettavo una cosa del genere, è impossibile, è straordinario, e io e te impiegammo non poco a capire il motivo di tanta meraviglia, perché il mio corpo ci stava sotto gli occhi tutti i giorni ed eravamo talmente abituati a lui da non riuscire più a vederlo per com’era, il corpo di una ventenne in piena forma atletica agganciato al volto di una donna matura, quasi vecchia, una cosa orribile, in un certo senso, una specie di incantevole mostruosità, che mi rendeva unica nel suo genere e che ci procurò un buon contratto.

Forse la cosa ti inorgogliva, Amarès, non lo so, forse la attribuivi alla dieta ferrea e alla perfetta disciplina, e ancor di più alla tua personale filosofia del trapezio, che io avevo fatta mia senza condizioni, la leggerezza di ogni istante, l’abitudine alla forma pura che ci accoglieva perché noi sapevamo nasconderle la nostra estraneità di umani, il nostro umile affidarci all’astrazione e così via.

Non lo so, non ne abbiamo mai parlato, come dopo Antòn e Liviana e qualcun altro, perché le preoccupazioni distraggono e fanno perdere la presa, ecco perché. Però non si trattava di null’altro che di una malattia, Amarès, perché invecchiare è normale e quando una parte di noi smette di farlo, significa che qualcosa, dentro, si è interrotto, un’ironica Parca ha tagliato il filo sbagliato.

Di fatto, abbiamo lavorato a lungo in quel circo e poi tu ti sei messo addirittura a scrivere un libro sulla filosofia del trapezio, sei persino riuscito a pubblicarlo, ti hanno fatto recensioni e interviste, poi ne hai scritto un altro (la “nostra” autobiografia, figurati) e così, piano piano, senza quasi accorgercene e quindi senza dolore, siamo lentamente scesi dall’aria alpina del trapezio a quella viziata dei clown.

Ma non siamo morti, Amarès, non ci siamo mai fatti seriamente male e questo, per due vecchi trapezisti, non è poco. Non so per quanto tempo ancora andremo avanti. A volte ho l’impressione che abbiamo già smesso da un pezzo e che la nostra convinzione di essere sospesi al trapezio sia un sogno o una nostalgia, una routine fatta ormai di altalene e di benevolenza del pubblico, che a volte è saggio e sa comprendere. Applausi per il mio strano corpo, per la tua buffa fama di acrobata-scrittore. Clown, Amarès, forse meno.

E sia. Restano poche verità di cui si tace e questa lettera, che ne racconta alcune. Non preoccuparti, non te la farò leggere, perché ti amo sopra ogni cosa e se una volta ti ho promesso che ti prendo io, sarà così per sempre, puoi giurarci.

L’ho spedita all’indirizzo del nostro vecchio circo, ma nessun circo ha un indirizzo stabile, tantomeno un circo che non esiste più. Rimbalzerà per un po’ da un ufficio postale a un altro senza far male a nessuno, e se riuscisse sciaguratamente a tornare indietro, ci sarò io ad afferrarla al volo prima che ti raggiunga, amore, come è giusto che sia.

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