giovedì 28 ottobre 2010

Il vero nemico pubblicata da Storie Partigiane

Il vero nemico         

"Il vero nemico, quello che impedisce ogni libertà e ogni possibilità di esistenza civile è la piccola borghesia dei paesi. È una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione, e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. ...Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale. Questo problema, nel suo triplice aspetto, preesisteva al fascismo; ma il fascismo, pure non parlandone più, e negandolo, l'ha portato alla sua massima acutezza, perché con lui lo statalismo piccolo-borghese è arrivato alla più completa affermazione. Noi non possiamo oggi prevedere quali forme politiche si preparino per il futuro: ma in un paese di piccola borghesia come l'Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono andate contagiando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per evoluzione lenta o per opera di violenza, e anche le più estreme e apparentemente rivoluzionarie fra esse, saranno riportate a riaffermare, in modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse più lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l'eterno fascismo italiano"
Da: Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli (1944)


martedì 5 ottobre 2010

Il ruolo della Cina nella crisi attuale dell'economia mondiale - proteo -

A causa dei progressi nel grado di integrazione all’interno dell’economia mondiale, la Cina ha subito gli effetti della crisi mondiale; tuttavia, le peculiarità del modello economico cinese si riflettono nelle caratteristiche dell’impatto: l’esposizione diretta alla crisi è stata limitata e l’effetto più forte deriva dal calo delle esportazioni e degli investimenti esteri. • La conseguenza negativa più rilevante della crisi è la crescita della disoccupazione, che rispecchia il rallentamento del tasso di crescita. • La Cina può far leva sulle caratteristiche del proprio modello economico che hanno limitato l’impatto, e sui punti di forza che la pongono in una posizione migliore degli altri paesi nel processo di recupero. • La crisi ha messo in evidenza le peculiarità del modello economico cinese, nella misura in cui aspetti tradizionalmente oggetto di critica si sono invece rivelati punti di forza nel proteggere l’economia del “Gigante Asiatico”. • Ci si aspetta che le misure adottate contribuiscano a delineare un modello economico meno dipendente dalle esportazioni, e che aiutino il paese ad uscire rafforzato dalla crisi. • Va messo in risalto il contributo cinese all’uscita dalla crisi, evidente nelle responsabilità che il paese si è assunto a livello mondiale in termini di politiche di cooperazione e concertazione. • La crisi sta facendo da catalizzatore del ruolo emergente della Cina sullo scenario mondiale, e del sempre maggiore protagonismo del paese asiatico                                                                                                        .http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=746

giovedì 30 settembre 2010

domenica 26 settembre 2010

Sempre sull'attualità nostrana...

http://andreacarancini.blogspot.com/2010/09/berlusconi-e-fini-il-vero-oggetto-del.html

philosophie... H. H. Holz

H.H.Holz, Philosophie, Hamburg 1990:672ss.
La filosofia è quel modo di conoscenza,che non tanto si orienta mediante gli oggetti indagati dalle scienze particolari, quanto piuttosto sulle condizioni e la struttura dei loro insiemi ordinati, sul modo del loro esser dati nella conoscenza, sul loro significato per l‘uomo e, dunque, in fine, sull’orientamento teorico e pratico dell’uomo nel mondo.” (672). La filosofia si interroga anche sull’essenza del singolo essere e del mondo come tutto, sulla verità e le forme del pensiero, nonché circa il senso della vita e lo scopo dell’agire. A differenza di altre forme di visione del mondo, la filosofia sottopone la propria teoria ed argomenti e criteri razionali, per opera dei quali essa generalmente risulta comprensibile e nei migliori dei casi si può dimostrare che essa dovrebbe esser vincolante. Poiché il movimento di pensiero della filosofia non si pone al livello dell’oggetto, ma a ciò giunge partendo dai rapporti tra gli oggetti, ovvero dal rapporto tra essere e pensiero, inizialmente la filosofia si pone in contraddizione rispetto ad altre forme di visione del mondo, quali ad es. il mito, la religione, la concezione naturalistica, che procedono da qualcosa di presupposto. La filosofia,invece, non procede da altro se non da se stessa: la filosofia deve –e in ciò consiste la sua difficoltà- intraprendere il tentativo di iniziare senza presupposti, in modo da potere, nel corso del suo sviluppo, esplicitare i presupposti nascosti in un inizio che apparentemente ne è privo. Ciò significa che il suo movimento, che la fonda, è circolare e si verifica nella costruzione non viziosa di questo circolo.(673)[1]
Paul Tillich ha espresso questa visione della filosofia, come la scienza che si distingue da ogni scienza particolare: “L’inizio della filosofia è il non tener conto di qualunque altra istanza oltre se stessa … La filosofia non consente che nulla, oltre a se stessa,avanzi pretese; essa non ha alcun inizio, se non l’iniziare stesso.” Ma poiché tuttavia egli fonda solo antropologicamente questa corretta concezione, particolarmente nel modo di essere dell’uomo, che “in ogni movimento può essere nello stesso tempo al di là di esso (e dunque) può interrogarsi sulla totalità di ciò che gli si contrappone, sul mondo; egli non riconosce la razionalità della posizione filosofica e, poiché l’inizio della filosofia non è fondato su asserti fattuali delle singole scienze, lo abbandona all’arbitrio. La fenomenologia dei gradi dell’organico, che con le leggi dell’immediatezza mediante e dell’utopica posizione (Plessner) appunto dà le condizioni naturali della nascita della prospettiva filosofica nel processo dell’evoluzione giusta la sua regola essenziale, non raggiunge il terreno dell’autofondazione della dialettica-trascendentale, che il rapporto del pensiero con l’essere deve potersi determinare solo dal pensare del pensare e dunque dal pensare stesso, che ha da liberarsi dai reali presupposti, che in esso son racchiusi. La struttura circolare della fondazione della filosofia significa che questa rivolge a se stessa la sua propria forma della riflessione a partire dagli oggetti del pensiero/conoscere. Le forme di pensiero, che come principi apriorici della ragione e come criteri della razionalità, entrano nella determinazione  del rapporto dell’essere e del pensiero ed il cui carattere assiomatico, che rafforza in un primo momento l’autonomia (apparente) della filosofia, sono forme della riflessione-in-sé, nelle quali il pensiero esiste effettivamente come pensare determinato,  cioè come pensare di un determinato, dunque di un contenuto distinguibile. La pura intelligibilità è sempre già riempita di contenuto e solo in quanto tale di essa si può fare esperienza e la si può pensare. Le forme categoriali del pensiero sono riflessione della sua determinatezza contenutistica (e non forme vuote staccabili dal contenuto). Solo in questo modo il problema del rapporto dell’essere e del pensiero può chiarirsi. Ma ciò significa anche che le forme della riflessione come ‘rispecchiamento’ (Widerspiegelungen) dei contenuti di pensiero sono in una dipendenza funzionale rispetto a questi contenuti, e parimenti rispetto all’aspetto, sotto il quale il contenuto si rappresenta (ad es. un organismo vivente come identico sostrato o come processo non identico), come pure riguardo alla sua forma storica di esistenza … La filosofia come riflessione presuppone sempre il terreno della positività (Faktizität) e la sua rappresentazione pensata, sia che si tratti di natura di società, che di scienza e della generale visione del mondo. Ma essa presuppone, anche, il modello filosofico di pensiero, che gli è stato dato di fatto, dunque, presuppone la sua stessa storia; quest’ultima in un modo particolare, poiché la filosofia sviluppa il suo lavoro con i metodi e la razionalità (Begrifflichkeit), che si sviluppano nella storia dell’uomo. A ragione, dunque, Tillich afferma che l’essenza della filosofia è essa stessa storica, non solo il sapere filosofico (Tillich). La storicità della filosofia si manifesta sbucando dal presente, che si vuol perenne, e trasformandola nella storicità delle sue realizzazioni.(673)



[1] - Cfr Hegel e l’eleatismo.

L'attualità nostrana della borghesia...

http://www.contropiano.org/Documenti/2010/Settembre10/23-09-10PadroniColtelli.htm

sabato 25 settembre 2010

Venezuela... verso il socialismo?...

http://www.giannimina-latinoamerica.it/archivio-notizie/603-tra-successi-e-difficolta-la-rivoluzione-bolivariana-alla-prova-delle-elezioni-parlamentari                                                                   http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=8543&catid=39&Itemid=68

domenica 5 settembre 2010

Sull' URSS

Alcune considerazioni sulla storia dell’Urss
di Marcello Grassi
A proposito di storia sovietica importanti contributi sono venuti dai seguenti
storici anglosassoni, docenti di prestigiose università, che hanno attinto alle fonti
documentarie, accessibili dopo la perestroika e il crollo dell’URSS.
Ho letto con qualche fatica in inglese i seguenti volumi e articoli.
S. Fitzpatrick The cultural front. Power and revolutionary Russia Cornell University
Press 1992
S. Fitzpatrick Educational level and social mobility in Soviet Union 1921-1934
Cambridge University Press 1979
J A Getty Origin of great purges: the soviet communist party reconsidered 1933-
1938 Cambridge University Press 1999
J A Getty R T Manning Stalinist terror: new perspectives Cambridge University
Press 1993
S G Wheatcroft Toward explaining the changing levels of Stalinist repression in
1930s. mass killing Europe-Asia studies 51;113-145.1999
S G Wheatcroft Victims of Stalinism and the Soviet Secret Police. The comparability
and reliability of archival data. Not the last word Europe-Asia Studies 51; 515-545,
1999
R W Davies M Harrison, S G Wheatcroft The economic transformation in Soviet
Union 1914-1945 Cambridge University Press 1994
Poiché è mia abitudine documentarmi in modo imparziale aggiungo che ho letto i
seguenti libri sulle vicende sovietiche di vittime delle repressioni o di autori anti
sovietici o di oppositori di Stalin:
L’arcipelago gulag di Solzhenitzin, Il grande terrore di R.Conquest, Lo Stalinismo
di R. Medvedev, Il lungo terrore di F. Bettanin, L’epoca e i lupi di N. Mandelstam,
Ho amato Bucharin di Anna Larina, moglie di Bucharin, Il redivivo tiburtino di D.
Corneli, Viaggio nella vertigine di Natalia Ginsburg. Ho letto anche la biografia di
Bucharin di Stephen Cohen e buona parte delle opere di Trotzki, in particolare La
mia vita, La rivoluzione tradita, Storia della rivoluzione russa.
Va precisato che le opere di Conquest, Medvedev, Bettanin e Solzhenitsin sono
state scritte e pubblicate prima dell’apertura degli archivi dello stato sovietico e in
particolare degli organi giudiziari e del KGB, responsabili della repressione e delle
condanne degli oppositori veri o presunti del regime; esse, soltanto per questo, sono
largamente inattendibili, in quanto non fondate su adeguata documentazione.

domenica 29 agosto 2010

Storie Partigiane

I partigiani sovietici in Italia furorno circa quattromilacinquecento, oltre settecento nel solo Piemonte.
Arrivarono per lo più come prigionieri al seguito delle truppe tedesche ed in seguito combatterono al fianco dei partigiani italiani contro il nazifascismo.
Molti di questi ragazzi, alcuni senza nome, sono sepolti al Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale di Torino.

                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                               http://archiviofoto.unita.it/slidefoto.php?pagina=1&noslide=1&url=tipo=FOTO%26xml=1%26list=1%26f2=recordid%26cod=210%26codset=STO%26stop=8                                                                                                                                

nella foto Fëdor Andrianovič Poletaev)
 Medaglia d'oro al valor militare










«Deportato russo in Italia, fuggito dal campo di concentramento tedesco dove era internato, per raggiungere le formazioni partigiane cui lo univa la stessa fede nei principi di libertà. Combattente esemplare per disciplina e per ardimento, durante un attacco in forze da parte del nemico, si portava, consapevolmente ma incurante del certo sacrificio della sua vita, con una pattuglia da lui comandata a tergo del grosso della formazione avversaria, aprendo il fuoco di sorpresa e intimando a viva voce la resa. Il nemico, sotto l'imprevisto e temerario attacco, si sbandava arrendendosi. Nell'epico episodio, che costò al nemico molto perdite e molti prigionieri e che capovolse le sorti della giornata, cadeva per l'ideale della libertà dei popoli.»
— Cantalupo Ligure, 2 febbraio 1945                                                                                                                                                                                                            

                                                                                                                                                                                      Nel mese di luglio del 1996 l'allora Presidente della Repubblica Scalfaro ha conferito una medaglia d'oro al valor militare alla memoria dell'ufficiale sovietico Danijl Avdeev Varfolomeevic, il "Comandante Daniel" che, nelle file della resistenza friulana, trovò la morte nel 1944 combattendo contro i nazisti nella zona di Clauzetto. La medaglia è stata consegnata, nel 1997, dall'Ambasciatore italiano a Mosca a una pronipote del Comandante Daniel.
Il riconoscimento ricorda emblematicamente uno degli episodi più significativi della lotta di liberazione in Friuli. Avdveev, nato nel 1917 in un piccolo villaggio russo, Noviki, era uno degli ufficiali di cavalleria dell'Armata sovietica che, nel 1942, combattevano sul fronte meridionale russo contro l'invasione nazista. Catturato prigioniero, venne trasferito in alcuni lager tedeschi (sull'Elba prima e nel nord della Francia poi), dove conobbe due delle persone che avrebbero condiviso la sua esperienza di lotta al nazismo: Alexandr Kopilkov e Anton Melniciuk. In momenti diversi, i tre riuscirono a fuggire dal lager e a ritrovarsi nella neutrale Svizzera.
Dopo alcune settimane decisero di partire per congiungersi ai partigiani italiani nella lotta contro il comune nemico. Fu un avventuroso viaggio a piedi, durato più di un mese, al termine del quale i tre arrivarono in Friuli e, il 24 maggio 1944, si aggregarono al battaglione garibaldino "Matteotti" che operava sulle montagne attorno al lago di Cavazzo.

http://www.fctp.it/movie_item.php?id=1460                                                                                                        








 I PARTIGIANI SOVIETICI IN VALSUSA







TESTIMONIANZA DI VITTORIO BLANDINO, COMANDANTE 113° BRIGATA GARIBALDI




"Mi è gradito e mi commuove ricordare agli amici dell’Associazione Russkij Mir di Torino il grande contributo dato dai sovietici alla lotta di Liberazione nel nostro Paese per sconfiggere quel mostro immondo che fu il nazi-fascismo.
Quelli che divennero i nostri indimenticabili compagni di lotta, i sovietici appunto, erano uomini fatti prigionieri in Russia dai Tedeschi, in gran parte erano georgiani, qualcuno anche di altre regioni. I tedeschi li adibivano a mansioni varie presso le stazioni ferroviarie della Valle di Susa. I più arditi e combattivi di loro fecero di tutto per cercare il contatto con le nostre formazioni; contattandoli fra mille rischi facilmente comprensibili, riuscimmo con tutte le dovute cautele a capire che la volontà di combattere tedeschi e fascisti era in loro molto sincera e forte. Io stesso, in prima persona, dopo dettagliati preparativi, riuscii a prelevarne alcune decine fra le varie stazioni ferroviarie e a condurli in montagna inserendoli nella nostra brigata, nonché nella 42° Brigata Garibaldi operante più in su nella vallata.
Erano decisi, coraggiosi, si inserirono magnificamente nelle nostre strutture militari. Raccontavano di quello che avevano passato di terribile in Unione Sovietica nella Grande Guerra Patriottica: le immani distruzioni, l’annientamento delle popolazioni da parte dei tedeschi, ligi all’ordine di Hitler di non fare prigionieri fra i sovietici, ma semplicemente di annientarli tutti, civili e militari. Basta ricordare che, degli oltre 50 milioni di caduti della Seconda Guerra Mondiale, quasi la metà (le cifre aggiornate parlano di circa 25 milioni) furono cittadini sovietici. I volti e, anche se non tutti ormai, i nomi di quelli che erano stati degli eroici combattenti che lottarono con noi per la liberazione del nostro Paese sono impressi nel mio cuore.
Ebbero modo di far veder il loro valore e il loro coraggio in battaglia, tanto che qualche volta, personalmente, fui anche costretto a richiamarli a una maggiore prudenza.






Di certo tutti noi li ammiravamo per il loro ardore, il non tirarsi mai indietro, nemmeno nelle situazioni più pericolose, l’offrirsi senza riserve come volontari quando accadeva di dover compiere azioni pericolosissime e non ci si poteva permettere di utilizzare uomini indecisi o comprensibilmente timorosi. L’amicizia e la fraternità divennero spontanee tra i nostri partigiani ed i sovietici.
Combatterono al limite delle loro forze, erano abilissimi cacciatori; la fame era tanta per tutti e quando riuscivano a catturare qualche pregiato animale di montagna, la prima cosa che facevano era quella di dividere, anche a costo di rimanere a stomaco vuoto, con i nostri partigiani italiani. Morirono anche con i nostri partigiani.
Tutti i sovietici della brigata parteciparono al gruppo formato da una cinquantina di uomini che portarono a segno la più grossa operazione di approvvigionamento di armi per tutte le formazioni della valle: quella compiuta all’aeronautica di Torino-Collegno nell’agosto del ’44. Mettemmo fuori uso tutti gli aeroplani da guerra ivi presenti e portammo in montagna oltre 240 mitragliatrici pesanti e centinaia di migliaia di colpi di munizioni. Radio Londra elogiò più volte il formidabile colpo all’Aeritalia e citò anche la partecipazione dei partigiani sovietici."                                                                                           






   Testimonianza resa nel 2005, estratta dal documentario







"Ruka ob Ruku - Partigiani sovietici nella Resistenza piemontese"


http://gasmulo.myblog.it/archive/2010/06/14/ciao-russi.html
                                                                                                                                                                 
Storie Partigiane





I RUSSI 






Il
cascinale dei Cervi era ritenuto da tutti gli antifascisti casa sicura.
Qui, come si è detto, riparavano antifascisti e soldati stranieri che
sfuggivano dalle maglie dei nazisti. Molto noto è il caso di Anatolij Tarassov (1921-1971),
prigioniero sovietico dei tedeschi che venne mandato dai campi di
prigionia dell’Est sino nel nord Italia, per lavorare come schiavo al
servizio delle difese naziste a ridosso del fronte alleato. Insieme a
Tarassov, che ha documentato la sua avventura in un libro (Sui monti d’Italia),
vi erano molti altri prigioneri di guerra russi, che in alcuni casi
riuscirono a fuggire. Tarassov riparò insieme al suo compagno, tenente
Victor Pirogov, in una casa di campagna, per poi essere indirizzato
nell’autunno del ’43 a Casa Cervi, dove conobbe l’intensa attività
antifascista della famiglia. Tarassov rimase affascinato dalla passione e
dalla sapienza contadina della famiglia, e non si sottrasse al lavoro
partigiano che i Cervi stavano tessendo insieme a pochi altri pionieri.

Anatolij Tarassov verrà catturato insieme ai Cervi la notte del 25
novembre 1943. Fuggirà poi dal carcere di Verona dove era stato
trasferito per unirsi ai suoi connazionali, rifugiati a Reggio e Modena,
e prendere parte in modo attivo alla Resistenza in montagna.
Nell’appennino modenese si costituirà un vero e proprio battaglione di
russi, nel quale Tarassov ricoprirà il ruolo di commissario politico, e
Pirogov (nome di battaglia “Modena”) ne comanderà le operazioni militari
nelle montagne reggiane. Tornato in patria verrà, come molti reduci, condannato al gulag, pagina della sua vita poco nota e studiata.Tarassov
rimarrà anche dopo la guerra in contatto con la famiglia Cervi portando
notizie in madrepatria dell’eroismo di questi contadini antifascisti, e
facendo da tramite con il governo dell’Unione Sovietica per il
conferimento di una onorificenza alla famiglia per l’aiuto fornito ai
soldati russi. Anche grazie al suo intervento, il libro di papà Cervi “I miei sette figli” fu tradotto in russo.Prima della partenza in montagna, arrviarono a casa Cervi anche il giovanissimo Misha Almakaièv, il suo compagno di fuga Nikolaj Armeiev e Alexander Aschenco. Victor Pirogov,
a casa Cervi noto col nome di 'Danilo', dopo l'esperienza coi fratelli
Cervi da vita, per ordine del comando partigiano, ad una brigata
composta da russi di cui è comandante col nome di 'Modena'. Il
Distaccamento garibaldino opera nel Ramisetano in provincia di Reggio
Emilia.Dopo la guerra non farà ritorno in URSS ed emigrerà in Argentina.Nicolàj Armeniev, detto ' il colcòsiano', era originario di Pènza. Farà parte anche lui del distaccamento garibaldino di russi comandato da 'Modena'.Cadrà il giorno della liberazione di Reggio Emilia.Alexandre Aschenco
fu fra i russi ospitati dai Cervi che, con la banda di questi, diedero
inizio alla guerriglia partigiana sulle montagne reggiane.Dopo
l'arresto del 25 novembre, passò al servizio della Brigata nera
denunciando molti degli antifascisti che l'avevano ospitato nei mesi di
latitanza. La sua conoscenza della rete che si stava creando attorno al
CLN gli permise di assestare duri colpi all'organizzazione clandestina
della bassa reggiana. Per questo suo tradimento verrà giustiziato dai
gappisti il 15 novembre del 1944 a Piazzale Fiume presso Reggio Emilia.

giovedì 26 agosto 2010

                                                                                      L'ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.
Gli oppressori si fondano su diecimila anni.
La violenza garantisce: Com'è, così resterà.
Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda
e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.
Ma fra gli oppressi molti dicono ora:
quel che vogliamo, non verrà mai.
Chi ancora è vivo non dica: mai!
Quel che è sicuro non è sicuro.
Com'è, così non resterà.
Quando chi comanda avrà parlato,
parleranno i comandati.
Chi osa dire: mai?
A chi si deve, se dura l'oppressione? A noi.
A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.
Chi viene abbattuto, si alzi!
Chi è perduto, combatta!
Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?
Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani
e il mai diventa: oggi











(B. Brecht)


domenica 22 agosto 2010

Ci dobbiamo sforzare di costruire uno Stato in cui gli operai mantengano la loro direzione sui contadini, godano della fiducia dei contadini e con la più grande economia eliminino dai rapporti sociali ogni traccia di sperpero. Dobbiamo ridurre il nostro apparato statale in modo dafare la massima economia. Dobbiamo eliminare ogni traccia di quello che la Russia zarista ed il suo apparato burocratico e capitalistico ha lasciato in così larga misura in eredità al nostro apparato. Non sarà questo il regno della grettezza contadina ?
No. Se la classe operaia continuerà a dirigere i contadini, avremo la possibilità, gestendo il nostro Stato con la massima economia, di far sì che ogni più piccolo risparmio serva a sviluppare la nostra industria meccanica, a sviluppare l'elettrificazione, l'estrazione idraulica della torba, a condurre a termine la centrale elettrica del Volkhov, ecc. Questa e solo questa è lanostra speranza. Solo allora, per dirla con una metafora, saremo in grado di passare da un cavallo all'altro, e precisamente dalla povera rozza contadina del mugik, dal ronzino dell'economia, adatto a un paese contadino rovinato, al cavallo che il proletariato cerca e non può non cercare per sé, al cavallo della grande industria meccanica, dell'elettrificazione, della centrale elettrica del Volkhov, ecc..(da "Meglio meno, ma meglio" Lenin 1923)

mercoledì 30 giugno 2010


Cari Compagni,

sì, Compagni, perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze. È molto più bello Compagni che “Camerata” come si nominano coloro che frequentano stesso luogo per dormire, e anche di “Commilitone” che sono i compagni d’arme.

Ecco, noi della Resistenza siamo Compagni perché abbiamo sì diviso il pane quando si aveva fame ma anche, insieme, vissuto il pane della libertà che è il più difficile da conquistare e mantenere. Oggi che, come diceva Primo Levi, abbiamo una casa calda e il ventre sazio, ci sembra di aver risolto il problema dell’esistere e ci sediamo a sonnecchiare davanti alla televisione.

All’erta Compagni! Non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza. Meditiamo su quello che è stato e non lasciamoci lusingare da una civiltà che propone per tutti autoveicoli sempre più belli e ragazze sempre più svestite. Altri sono i problemi della nostra società: la pace, certo, ma anche un lavoro per tutti, la libertà di accedere allo studio, una vecchiaia serena; non solo egoisticamente per noi, ma anche per tutti i cittadini. Così nei diritti fondamentali della nostra Costituzione nata dalla Resistenza.

Vi giunga il mio saluto, Compagni dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia e Resistenza sempre. Vostro Mario Rigoni Stern Mira (Venezia) 20 gennaio 2007



Di : Rigoni Stern, Mario
mercoledì 30 Giugno 2010

Per i Morti di Reggio Emilia

sabato 12 giugno 2010

mah!!!

"socialismo in un Paese solo", copertura della volontà stalinista di preservare l'isolamento della rivoluzione russa per salvaguardare gli interessi anti-operai della burocrazia.

giovedì 10 giugno 2010

I Fisiocratici



I Fisiocratici sono quegli studiosi di cose sociali –o quegli economisti [1]-, per i quali la natura è dotata di una potenza o capacità creativa (fisiocrazia), che viene stimolata, ‘occasionata’, dall’azione dell’uomo. [2]
Questa concezione della natura -non come o informe estensione, ma sì come potere, energia, creatività-, nel caso dei Fisiocratici (come in generale nell’ambiente culturale dal Cinque al Settecento), non comporta vitalismo irrazionalistico, sì piuttosto la convinzione che i processi naturali siano espressivi di una razionalità obiettiva, la quale di fatto è una sorta di traduzione laica della cristiana provvidenza divina (ma che, naturalmente, ha anche più lontane e meno ‘esaltate’ origini) [3]. Possiamo comprendere, dunque, perché proprio i Fisiocratici abbiano affrontato il problema (in realtà, son stati gli ultimi a farlo) di quale concreta attività umana in particolare sia capace di assicurare la ricchezza di una nazione; e che l’abbiano risolto con l’identificarla –quell’attività- nel lavoro agricolo [4], vale a dire nella fatica, che più direttamente mette l’uomo a contatto con la natura, appunto.
Né ovviamente è casuale che il personaggio da tutti riconosciuto come il più significativo tra i Fisiocratici –intendo, com’è chiaro, François Quesnay (1694 – 1774)- sia autore non solo di scritti economici, ma anche di pagine, dichiaratamente interne alla tradizione giusnaturalistica: nel suo numero di settembre del 1765, infatti, il “Journal d’agricolture” pubblicava l’articolo, appunto di Quesnay, intitolato Le Droit Naturel. [5]
In generale (vaguement), osserva Quesnay iniziando il suo scritto, ogni uomo ha “diritto naturale (droit naturel)” a tutto ciò, che serve alla sua jouissance. [6]

Dunque, nella prospettiva del nostro autore, vale un nesso fondamentale (essenziale, si potrebbe dire) fra droit naturel e jouissance: - vale la pena sottolinearlo questo nesso, dacché serve, per un lato, a far risaltare il carattere nettamente fisico, immediato, ‘patologico’ della semantica di ; per l’altro, poiché ci dà un’indicazione significativa, se vogliamo comprendere quale sia il senso che in generale termini come ‘natura’, ‘naturale,’ acquistano nell’ottica fisiocratica.
Le due pagine -di Quesnay e di Rousseau- sono certamente accostabili; addirittura son complementari –nel senso che entrambe si inscrivono all’interno d’uno stesso pensiero.
Il diritto è naturale, non solo perché non è fondato dalla società, (sì piuttosto è la società che si basa su di esso); ma, ancora, perché naturale ne è la materia, l’oggetto a cui il diritto rivolge la sua attenzione ed, ancora, naturale è la richiesta (di jouissance), che esso punta a soddisfare.
In questo contesto, la proprietà privata è anch’essa naturale, perché (a) obiettivazione del lavoro svolto, (b) segno esteriore che la personalità è presente, (c) garanzia oggettiva che il soggetto è ancorato nel mondo.
Con la serie droit naturel/jouissance/propriété privée, va presentandosi un’ambigua dimensione, in cui natura (nel senso di sentimento, parzialità, pathos) e ragione (nel senso di una misura, universalmente equilibrante) si rovesciano l’una nell’altra, sono l’una se stessa e il proprio altro. Dunque, una concezione della natura, tale per cui essa -nella propria immediatezza- è, paradossalmente, mediazione, regola, universalità.
Che la catena droit naturel/jouissance, porti con sé implicitamente anche altre connessioni semantiche –più specificate socialmente e storicamente- ce lo prova J. J. Rousseau, il quale - nell’articolo Économie politique (1755)- scrive: “bisogna ... ricordare che il fondamento del patto sociale è la proprietà e che la sua prima condizione è che ognuno sia mantenuto nel pacifico godimento (jouissance) di ciò che gli appartiene.”; “infatti, essendo tutti i diritti civili fondati su quello di proprietà, non appena quest’ultimo è abolito nessun altro può sussistere. La giustizia non sarà che una chimera e il governo una tirannide e, non avendo l’autorità pubblica alcun fondamento legittimo, nessuno sarà tenuto a riconoscerla, se non in quanto vi sia costretto con la forza.”. [7]

Questo paradosso corrisponde ad una posizione largamente diffusa tra Cinque e Settecento, la quale si oppone ad un altro modo di tematizzare il . Per chiarire questo punto, deviamo parzialmente dal terreno della nostra analisi, però, in questo modo realmente approfondendola.
J. Locke (1632-1704) –scrive Sabine- “ha mischiato tra loro due punti di vista incompatibili: secondo il primo punto di vista, tanto gli individui quanto le istituzioni compiono un'opera socialmente utile, regolata dal governo per il bene di tutti e nel quadro della legge che fa del gruppo una comunità: questo (è un) punto di vista, che Locke aveva ricevuto dalla tradizione medievale giuntagli attraverso Hooker (1553-1600) [8] … Il secondo punto di vista, elaborato da Hobbes (1588-1679), concepisce invece la società come un insieme di persone che agiscono per moventi egoistici, che guardano alla legge ed al governo per la loro sicurezza di fronte a compagni egualmente egoisti, e che mirano alla maggiore quantità di bene privato compatibile col mantenimento della pace.” [9]
Ancora, sottolinea lo studioso moderno W. Euchner, J. Locke "non ha mai consapevolmente posto in dubbio l'esistenza di norme create da dio, naturali, conoscibili dagli uomini” [10]; e da parte sua il francese J. Polin scrive che: “ la religion de Locke est d'abord la foi dans un ordre morale e physique immenent au monde. C'est pourqoi sa pensée se situe si aisèment en continuitè avec la pensée antique, avec le cosmos d'Aristote, ou avec le cosmos des Stoiciens. C'est l'ordre qui est supreme, et dans les oeuvres des hommes, c'est aussi l'ordre qui doit l'etre, et par la loi.” [11]
Le due linee, che Sabine indicava come l’una di Locke e l’altra di Hobbes [12], si differenziano alla radice per il diverso rapporto, che ognuna stabilisce fra ragione e dignità umana.

La linea à la Locke identifica sostanzialmente dignità umana e partecipazione alla ragione; conseguentemente, tende a risolvere nella vita sociale la partita della moralità e tende a considerare la socialità come esaltazione ed arricchimento della dignità dell’uomo.
La linea à la Hobbes, invece, la dignità umana, nel senso che ne fa una prospettiva di valore, non favorita ma sì minacciata dalla socialità e da essa essenzialmente distinta. Come sottolineava Sabine, l’uomo di Hobbes è costretto alla vita sociale, questa è il minor male a cui si piega, ma sempre con lo scopo di garantirsi sicurezza e (per quanto possibile) indipendenza dal vincolo sociale. [13]






1 - Il fatto è –come vedremo- che il termine è stato usato storicamente in accezioni, significativamente diverse. La conseguenza è che il senso, in cui i Fisiocratici erano economisti, non è lo stesso, secondo cui oggi diciamo, per es., che X è un economista o che P è una disciplina economica. Cf. Appendice 1.

2 - Naturalmente è di grande interesse –a questo punto- ricordare la critica, che alla concezione della causalità, muove nel Settecento lo scozzese D. Hume, appunto centrata sulla denuncia dell’oscurità semantica di termini come potere, forza, energia creativa, quando il problema sia render chiari processi reali, obiettivi.

3 - Mi riferisco alla nota situazione: quando intendo ricostruire la storia di un termine, di un tema, di un problema, certamente posso riuscire con successo nel mio scopo e tracciare, dunque, effettivamente ‘la storia’ di quel termine, tema o problema. Senonchè (cosa che, certo, non meraviglierebbe Sesto Empirico), sicuramente è dimostrabile che anche un’altra e un’altra ancora potrebbe esser proposta come storia di quel termine, tema o problema. Qui ci imbattiamo nel tema del rapporto fra storia umana e possibile: ovviamente non lo affrontiamo; limitiamoci ad una osservazione. L’unico senso che determinare, determinazione e simili possono avere in sede di scienze morali (o almeno il più frequente) è, probabilmente, questo: poste le condizioni C, C’, C” …, può determinarsi la situazione S, dalla quale –mancando impedimenti sufficientemente forti- è altamente probabile che derivi la necessità N.

4 - Come vedremo, fa problema determinare cosa intendessero esattamente i Fisiocratici, quando dicevano .

5 - La nozione di legge di natura gioca un importante ruolo anche per l’estetica settecentesca (cf. E. Fubini, Gli Enciclopedisti e la musica, Torino 1991.

6- Jouissance è termine, che sta a dire , per lo più in senso fisico ed economico (ad es., godimento di una rendita), pur se la lingua francese ne ammette l’uso anche per significare .

7 - E’ interessante ricordare come solo qualche decennio dopo, nel 1819, il nesso jouissance/proprietà privata risultasse, oramai, ben più problematico. Nei sui Nouveaux principles d’économie politique , Sismondi (1773–1842) sottolinea il nesso tra capitalismo, immiserimento morale, polarizzazione di ricchezza e miseria. In definitiva, Sismondi sottolineava come lo sviluppo di questo sistema produttivo, se accresce il godimento (jouissance), lo fa solo relativamente ai beni materiali ed, inoltre, accrescendo, da un lato, la ricchezza, dall’altro, la miseria. Conseguenze di tutto ciò, sottolinea ancora Sismondi, crisi e disoccupazione.

8 - "Rivelatrice è in Hooker l'assenza di una dottrina del contratto sociale: alla base della sua concezione politica troviamo piuttosto l'idea ”. (L. Ricci Garotti, “J. Locke tra politica e filosofia”, in SOCIETA’, n. 2-1961:183).

9 - G. Bedeschi, “Società naturale e società civile nella filosofia politica di Locke”, in J. Locke, Saggi sulla legge naturale, Bari 1973: XXV-XXVI.

10 - cf. J. Locke, Saggi sulla legge naturale, op. cit.: XXVIII.

11 - ivi: XXVII.

12 - "Locke. . . concepì i rapporti di famiglia e di proprietà sul fondamento non della legge civile, ma della legge di natura. Mentre il Grozio e l'Hobbes. . . invocarono la natura per negare la possibilità di costruire su di essa un qualsiasi ordinamento giuridico e, mediante il patto, crearono l'ordine civile come ordine superiore di ragione contrapposto o sovrapposto all'ordine originario di natura, dominato dagli istinti e dagli appetiti, il Locke nega, almeno teoricamente, il dualismo tra ragione e senso, tra stato di natura e stato civile: la natura è essa stessa ragione, o meglio va intesa e interpretata razionalmente, per cui lo stato civile non sarebbe che lo stato naturale alla luce di una sana e illuminata ragione." (G. Solari, La filosofia politica. II. Da Kant a Comte, Bari 1974: 252-3). Su Locke, cf. anche J.W. Yolton, John Locke, Il Mulino 1990.

13 - Quasi a calco di questa distinzione possiamo operarne un’altra. Conosciamo storicamente due modi di tematizzare il moderno concetto di persona, in entrambi i casi facendone momento essenziale di un orientamento morale. Secondo il primo modo, la persona è depositaria di dignità a prescindere dalla sua appartenenza al gruppo sociale (che, ovviamente, può estendersi all’umanità tutta). Secondo l’altro, invece, è proprio quell’appartenenza, che dota l’individuo di valore, elevandolo a persona. Rispetto a questa problematica è utilissimo Hegel, il quale –per fare un solo esempio-, nei suoi Grundlinien der Philosophie des Rechts oder Naturrecht und Staatswissenschaft in Grundrisse, §. 25, così ironizza contro la prima concezione della persona in nome della seconda: Il mèro io, che poggia astrattamente su se stesso, la pura certezza di sé, distinta dalla verità.






Bibliografia:
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Kolakowski, L., Main Currents of Marxism, Oxford 1987.
Marx, K., Teorie sul plusvalore.I, Roma 1951.
Marx, K. – Engels, Fr., Werke, Band 1 Berlin 1970; Band 26. 1 Berlin 1965.
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Napoleoni, C., Smith Ricardo Marx, Torino 1970.
Napoleoni, C., Lezioni sul capitolo sesto inedito di Marx, Torino 1972.
Ortega y Gasset, La idea de principio en Leibniz , Madrid 1979.
Pevzner, Ia., Il capitalismo monopolistico di Stato, Mosca 1978.
Platone, Opere complete, Bari 1977.
Quesnay, F., Il Tableau économique e altri scritti di economia, Milano 1973.
Roll, E., Storia del pensiero economico , Torino 1967.
Sismondi, J-C-L. Simonde, Nouveaux principes d’économie politique, Paris 1971.





Appendice 1.
Storia del termine e simili.

“Il termine «economia» deriva da Aristotele. Essa significa scienza riguardante le leggi dell'economia domestica … L'espressione en¬trò in uso all'ínizio del XVII secolo; fu introdotta dal Montchrétien, che nel 1615 pubblicò un'opera intitolata Traité de l'économie politique. L'aggettivo doveva significare che si trattava delle leggi del¬l'economia pubblica; Montchrétien si occupava infatti nella sua opera, essenzialmente, di questioni di finanza pubblica. Col tempo il termine economia politica si generalizzò, finendo per significare lo studio dei problemi della attività economica della società... E’ solo 140 anni dopo il lavoro di Montchrétien, che compare un altro titolo economia politica: si tratta dell’articolo di J.J. Rousseau sull’Enciclopedia illuministica (Kramm, 5641: 21b).
Conside¬riamo le espressioni economia politica e economia sociale come sinonimi.
Talvolta l' economia politica viene definita anche come la scienza dell’economia sociale... In Francia, in base alla tradizione iniziata nel 16I5 dal Montchrétien, il termine economia politica fu ed è ancor oggi universalmente adottato [14]...Il termine era abbastanza diffu¬samente impiegato in Polonia alla fine del XIX e all'inizio del XX se¬colo. Questo termine aveva anche sostenitori in altri paesi. In Italia, Luigi Cossa intitolò il suo saggio pubblicato nel 1891 Economia sociale. ... In Inghilterra entrò nell'uso -certamente sotto l'influsso della terminologia francese- il termine economia politica. Fu impiegato per la prima volta da James Steuart, che pubblicò nel 1767 un'opera intitolata Inquiry into the Principles of Political Economy. Secondo McCulloch, l’economia politica è la scienza di quelle leggi, che regolano la produzione, l’accumulazione, la distribuzione e il consumo dei beni necessari, utili e piacevoli. (Kremm, 5641: 23).
Dalla tradizione anglo-francese deriva appunto il termine econo¬mia politica, accolto da Marx ed Engels per la scienza che studia le leggi sociali di produzione e distribuzione dei beni; per cui Marx definì talvolta la sua opera corne critica dell'economia politica, cioè critica delle dottrine dell'economia politica classica. Da allora, il ter¬mine economia politica è impiegato universalmente nella letteratura marxista. Fa eccezione Rosa Luxemburg, la quale nelle sue lezioni di economia politica parla di scienza dell' economia nazionale (National¬ökonomie). E’ quest'ultimo il termine che, a partire dalla seconda metà del se¬colo XIX, si acquistò diritto di cittadinanza nella scienza ufficiale tede¬sca (Nationalökonomie, Volkswirtschaltslehre). Esso esprime la valuta¬zione specifica del ruolo della nazione, come fattore economico, da parte della cosiddetta scuola storica, la quale rappresentava l'indirizzo predo¬minante nella scienza ufficiale tedesca. E’ da notare che questo termine fu impiegato per la prima volta dal monaco veneziano Gian Maria Ortes nell'opera uscita nel 1774 col titolo Della economia nazionale... Da quando Alfried Marshall intitolò la sua opera, apparsa nel 1890, Principles of Economics, il termine fu accolto in sem¬pre più larga misura nella scienza accademica dei paesi anglosassoni. In questo ambiente cadde in disuso il termine economia politica im¬piegato da William Stanley Jevons (iI suo trattato apparso nel 1871 porta il titolo The Theory of Polítical Economy)...” (Lange, 1414: 25ss).


14 - Anche J-B. Say usa il termine economia politica, intesa come il modo atto a produrre, distribuire e consumare la ricchezza (Kremm, 5641: 22s). Anche Senior e J. S. Mill usano (Kremm. 5641: 23).

Stefano Garroni